Ce l’abbiamo fatta, l’abbiamo tirata finalmente in porto. Il progetto più ambizioso di questa estate, a occhio e croce: 13 settimane di venerdì con musica live, in un panorama che vede la musica live sempre più disertata, ridotta al rango di intrattenimento en passant tra un’oliva e l’altra, tra uno stuzzichino e l’altro. 13 serate ad altissimi livelli, che hanno visto passare nella sala del Ristorante Amarcord artisti di caratura eccellente: in primis per le qualità umane, irrinunciabili, gigantesche; poi per i riconoscimenti non di rado internazionali tributati loro da pubblico e critica, in moltissimi casi. Dire che è stata dura forse rende l’idea; la musica dal vivo, specialmente all’interno di un ristorante, se pure è mai stata di moda oggi non lo è di sicuro, e alle serate entusiasmanti si sono succedute quelle difficili, quelle con poca gente e quella poca che si siede lontano dalla musica “perché dà fastidio”. Questo, ovviamente, a prescindere dalla qualità e dalla quantità della musica stessa. Siamo ormai talmente anestetizzati, talmente ficcati a viva forza nel nostro tran tran di abitudini che l’abbandonare anche solo per una volta il cammino tracciato diventa difficile, scomodo. Non tutti, si capisce. Molti come noi sono ancora della razza capace di farsi 60 chilometri per sentir suonare un amico, o un artista che apprezziamo, quale che sia il contesto – e va bene così. In questa ultima serata abbiamo avuto a farci compagnia tre amici dalle capacità indiscusse: Fausto Comunale, con la sua chitarra acustica che ormai praticamente “parla”; Paolo Torelli, arrivato direttamente dalla Puglia senza mai fermarsi, e ripartito subito dopo, perché casa è lontana, sempre sorridente, sempre modesto, sempre professionale; Fausto Sacchi, che abbiamo lasciato circa 25 anni fa con una voce da fare impallidire molti rocker di allora, e abbiamo ritrovato oggi con una voce che, anziché spegnersi, è andata maturando e diventando persino più autorevole. Abbiamo applaudito, abbiamo scherzato e riso assieme, ed è stato quando di più vicino ci potesse essere rispetto ad un ritrovo tra amici che cazzeggiano e se la raccontano davanti a una birra – o due, o tre, insomma, non stiamo a guardare tanto per il sottile. Ed è questo lo spirito che volevamo arrivare a realizzare, poco importa se per molti o per pochi. Poi ci si chiederà quale potrà mai essere il bilancio di una simile attività. E’ un po’ come chiedersi a cosa serve la musica: dipende. Se non lo si capisce ad istinto, non ci si può arrivare con la logica, perché ci sono cose che vanno oltre ogni possibile calcolo meramente utilitaristico. Di fatto, oggi è difficile, se non impossibile, vivere di musica. Lo sanno tanto i musicisti stessi, disposti a cedere a compromessi spesso quantomeno curiosi, quanto coloro che prestano le sale per suonare, vedendo poi un risultato di scarsa risposta, numericamente, qualitativamente, nel pubblico, e constatando che il gioco, redditivamente parlando, non vale la candela. Quasi mai. E infatti, si va scivolando sempre più lungo una china che non prevede musica dal vivo, se non le immancabili cover cantabili (specie se stanno passando gli originali su MTV), o i dj set a basso prezzo e ampio richiamo (guai, guai a chiamare, anche qui, i veri professionisti del settore: si rischia il bagno di sangue!); spariscono gli autori, sparisce lo spettatore che si spella le mani, salta, chiede il bis, fa le richieste al gruppo. Pretendere di lottare contro un simile trend sa un po’ di borioso, un po’ di donchisciottesco, e quindi, lasciamo ad altri le considerazioni critiche del caso. Noi, in realtà, non vogliamo né fare gli eroi, né essere di esempio, niente di tutto ciò: l’unica cosa che vogliamo è divertirci, e che non ci servano il divertimento direttamente in bocca, già masticato, precotto, e siamo disposti a darci da fare per questo, se del caso riducendo le pretese, faticando, per essere poi ripagati da un paio di risate e di applausi sinceri. E tutte le faticacce, le ansie, gli sforzi organizzativi, gli screzi, le critiche, finiscono poi cancellati da una unica occasione in cui, come in “Almost Famous”, ti ritrovi a cantare la “Tiny Dancer” del caso mentre la macchina va e ti porta non sai bene dove; ma è domani, famosi o non famosi, siamo già in viaggio verso altre storie, e tutto va bene. Ok, ho blaterato abbastanza. Credo sia il caso dei saluti, e dei ringraziamenti. E partiamo col ringraziare tutti quelli che, anonimi o ben cari a noi, sono intervenuti in queste serate, anche per puro caso – magari lì per farsi una pizza, per poi scoprire che, ma guarda! C’è gente che suona dal vero, davvero! E non hanno avuto sufficiente timidezza per impedirsi di applaudire, e incoraggiare tutti. Tornando a casa quella sera con qualcosa di più che le normali, e benedette, quattro chiacchiere con gli amici, ma con una emozione in più alla quale era impossibile dare un valore monetario. Poi, è necessario ringraziare il personale del Ristorante Amarcord, in sala e in cucina: li abbiamo assaltati, violentati, subissati di richieste, coperti di lavoro che si è andato ad aggiungere a quello – notevole – che già normalmente svolgono. A volte sono stati contenti, altre volte avranno più probabilmente imprecato; fatto sta che la soddisfazione di vedere chi si affaccia dalla cucina per sentire la musica, e i camerieri che si muovono a ritmo di jazz tra i tavoli, ha ripagato noi e loro, portando brio, colore, gaiezza. Siete impagabili: un grazie di cuore. Prima di passare ai saluti agli artisti, un ringraziamento molto speciale va al titolare di Amarcord: Stefano Campani, senza il quale questa avventura non sarebbe mai neppure cominciata. Lo ripeto: è ormai disgraziatamente chiaro che con la musica non si diventa certo ricchi, e i risultati economici hanno probabilmente sottolineato questa tendenza, ormai in auge da quasi due decenni, in una Emilia che in precedenza era un po’ la patria dei circuiti musicali live, un fermento di gruppi di base, di appassionati, che tanta ricchezza e tanto divertimento hanno portato a tutti. Stefano ha fatto quello che un uomo, e un imprenditore capace di guardare alla propria vita e al proprio lavoro non solo col regolo calcolatore, ma anche col cuore, con la passione, avrebbe dovuto fare: ha semplicemente tenuto duro, punto e basta, mettendo tra le voci “attivo” anche la qualità dell’intrattenimento, l’umanità degli artisti, la soddisfazione propria e di quanti da questo hanno tratto piacere. Io credo che un simile comportamento alla lunga paghi, e anche sul breve periodo, insegni molto, e credo anche che due delle caratteristiche fondamentali di un imprenditore vero siano passione e coraggio, e lui ne ha da vendere. E arriviamo agli artisti. Così bravi da non voler smettere di ascoltarli; così umani da gradire addirittura di più della musica il momento delle chiacchiere al tavolo, parlando del più e del meno, anche di sciocchezze, della musica e non. Io credo che, di tutte le persone che si sono succedute su quel palco, l’umanità sia proprio la qualità più grande; la stessa che li ha portati ad essere disponibili per noi, senza come si suol dire “tirarsela”, mettendosi al servizio della sala e del committente in un modo che va oltre la professionalità. Ringrazio pertanto, in ordine assolutamente sparso e senza gerarchie di merito: Giovanna Dazzi e i suoi collaboratori, Daniele “Bengi” Benati e la sua crew, Elisa Sandrini, Barbara Barbieri, Marina Santelli, Daniele Morelli, Andrea Mai, Alessia Galeotti, Bixio e le Simpatiche Canaglie, gli amici della Dune Buggy Band tutti, Alessandra Ferrari, Paolo Torelli, Alessandro Lunati, Tommy Togni, Fausto Sacchi, Gianluca Tagliavini, Daniela Galli (congratulazioni!), Rick T e Max Tribe, Fabio Bagni e il clan dei Fajeti praticamente al completo, Alessandro, Fabrizio e Lele, Emiliano Vernizzi. Le gerarchie di merito sono improponibili: noi siamo in debito con tutti voi. Ultimo, che non risulta in quel sia pur lungo elenco, Fausto Comunale, al quale devo un ringraziamento speciale. Senza la sua preparazione, i suoi contatti, la sua disponibilità a tutto tondo queste serate forse ci sarebbero state ugualmente, ma il tono sarebbe stato completamente diverso, per non dire globalmente inferiore; un serio professionista, un ottimo amico, sincero, leale e disponibile. Non mi resta che ringraziare i miei compagni di viaggio, coi quali tanta fatica abbiamo spartito: Francesca e Simone. Siamo stati ripagati? Io credo di sì, ampiamente. Ma, oh come sembra vero! starsene qui con nessuno vicino solo tu, e tu puoi sentirmi mentre dico dolcemente, lentamente “Stringiti a me, piccola ballerina contiamo i fari sull’autostrada fammi sdraiare su lenzuola di lino “Hai avuto una giornata pesante oggi”. Elton John, “Tiny Dancer”
Al via una nuova trasmissione BBC: “Poetesse morte brutte come un collasso che la gente caga solo ora”.
Mi immagino Beethoven e Chopin, sanguigni, pazzi, sentirsi dire oggi che la loro musica fa dormire. Generazioni di frigidi hanno trasformato la collera romantica, l’erotismo della vita, del trasporto, in qualcosa da sentire colle orecchie chiuse senza lasciarsi andare.
Sapete che c’è quella piccola paranoia dei nostri tempi che sembra sempre che il cellulare ti squilla? Forse per pura e semplice ansia, forse per voglia di protagonismo, o pura solitudine? Ecco. Mercoledì sera il maledetto cellulare era spento; anzi, morto: non riconoscendo più la mano del padrone, il touch screen non mi ha più consentito l’accensione. Il bastardo. Eppure, la tasca vibrava in continuazione. Ma non era il cellulare. Era il basso del gruppo sul palco, fin dalla primissima nota. Premetto che non sono mai stato un particolare fan del reggae, che mi fa l’effetto dei dolci con l’amaretto: un po’ è delizioso, tre pezzi di fila, o dieci minuti tutti insieme, mi scombussolano lo stomaco. D’accordo; a ciascuno i propri gusti, e fin qui, niente di opinabile (il che di solito porta a dover persino tollerare chi ascolta l’hip hop, e vabbè). Forse però è che non l’avevo mai o quasi mai sentito come va sentito; e cioè dal vivo, in mezzo a un bel po’ di gente, e col volume di quelli che il vicino o trasloca o si unisce alla combriccola. Per lo stesso motivo non avevo proprio idea di chi fosse Toots, ma l’occasione si presrtava particolarmente, e così mi sono unito alla combriccola pure io. Adesso ho capito perché Keith Richards è da un bel pezzo che blatera di reggae e ritmi caraibici, anziché stare diligentemente sulle amichevoli pentatoniche del rock. L’impatto della musica, quello che i più scafati sanno che potrebbero pure chiamare “il Groove”, ma si astengono dal farlo per evitare di sembrare quei segaioli che dissertano scientificamente di musica senza mai suonarla, è come prendere una secchiata d’acqua in faccia. Ci saranno circa 500 persone, che hanno pagato pure il biglietto – e su questo ci torniamo subito – e ondeggiano e muovono il culo a ritmo coem non vedevo fare da un bel po’ di anni. Solo dopo mi ritrovo a scoprire che Toots e i suoi Maytals sono una delle pagine più classiche del Reggae giamaicano, di quelli da libro di storia; al momento, mi ritrovo solo a notare che quella che credo essere la cantante è in realtà semplicemente una delle tre coriste. Ha aperto il concerto con una gola arrabbiata che ricorda quella della migliore Skin, senza i suoi lati peggiori e più deboli, e poi si è messa da parte, perché dopo una piccola arringa del bassista è entrato direttamente sul palco Toots, ed la pressione è salita. Da sottolineare: il tiepido pubblico emiliano alla fine del secondo brano, incitato dalla vocalist, era già lì che batteva le mani a ritmo. Di solito, se va grassa, questo succede alla fine del concerto. E vabbè. Si va spesso di cover e di brani così classici che non sono in grado di dire se siano cover o roba loro; quando si tratta di radici, l’idea delle cover è una cazzata pura e semplice. Sarebbe come dire che Riccardo Muti è diventato famoso eseguendo cover di famosi compositori. E senza nemmeno suonare una nota, per giunta. Del resto, quello che ascolto non è cosa di cui mi possa fregare qualcosa. L’importante è quello che sento. E sento in questo mucchio di gente un odore di sesso che sembra di essere nella sala di preparazione di un kolossal porno. Quello che vedo sui volti della gente – moltissimi giovani e giovanissimi, ma naturalmente, i matusa della musica, ovvero chi ricorda che esiste una vita al di là del fottuto dj set, sono accorsi come api al miele – è passione, trasporto, voglia di lasciarsi andare. Quella roba che a un certo punto della festa blocchi la prima che ti capita nell’angolo e le infili la lingua in bocca – qualche volta arriva lo schiaffone, più spesso ti guarda come se fossi scemo e basta, lascia fare. Esistono ancora questi tempi? L’altra sera l’odore era quello. Logico che siamo in un’area della sinistra giovanile; il clima di fattanza, la percentuale di capelli incerati, di vestiti a strascicone, di tatuaggi e di birre ingollate (canne, ne vedo girare pochissime: che brutti tempi…pensare che è un concerto reggae…) è assolutamente inequivocabile. Quello che colpisce però (e chi se ne frega della cifra politica, siamo seri) è la percentuale di giovani, per non parlare della gnocca, che oggi sei automaticamente costretto ad associare all’idea di “farsi un’ape” e reggere per sei ore lo stelo di un bicchieretto con dentro non so cosa, ingozzandosi di pane fritto e cubetti di mortadella. Ferma un attimo. Ma come, c’è ancora chi ascolta musica dal vivo? E tra parentesi, non si tratta nemmeno degli ennesimi paraculi cloni di qualcosa di edulcorato che ancora si ostinano a chiamare rock, come ormai ce ne sono tanti, tanti tanti. Sì, quella musichetta che sta al palco come l’aglio che non puzza, la menta che non pizzica, la birra senza alcool (ma pensa te) sta alle cose che hanno un senso e un sapore, per intenderci. E non c’è bisogno di un qualche novello Lester Bangs capace di superare i trent’anni per rendersi conto che se dai alle persone il giusto ritmo e la giusta cornice, ancora queste sono capaci di sentire, magari non con le orecchie, ma con le budella, la differenza tra la fuffa dell’Olandese Moretto e la bòtta atroce e tremante dell’arabica. Però il concetto era espresso chiaramente, ed è tuttora valido: abbiamo (eh, no, momento: avete, o hanno) barattato tutto per la cultura del “cool”, del disimpegno, del volemose bbene ma senza far fatica, del mostrarsi incazzati finchè fa vendere i dischi (i libri, l’aglio), e adesso ci ritroviamo al 90% con precotti digeribilissimi, ma che non hanno consistenza, come le pasticche degli astronauti. No, precotti come quelli di Giovanni Rana e di Amadori no, a volte non sono digeribili manco per il cazzo, riconosciamolo. E allora, io da bravo ingenuo sogno più situazioni in cui la gente si sbronzi moderatamente e si butti per terra in un groviglio accompagnata dal basso che batte. Voglio dire: perché tutti i concerti ora come ora sono seguiti dal dj set? Per ballare? Ma non potevi farlo prima? Penso che un gruppo che suoni ti debba coinvolgere tanto da farti ondeggiare dall’inizio alla fine, e dopo, dovresti avere voglia di scopare, mica di ballare con un cocktail in mano (dio mio, il tipo che la ragazza gli si strusciava addosso e lui stava rigido per non versare la birra: frigidi, siamo diventati una nazione di frigidi, maledetti). Ma allora ci siete, che vi piace sbattervi davanti al palco e sentire la musica con l’ombelico e strusciarvi, e fare i cori? E dove cazzo state nascosti tutto l’anno? E cosa aspettate a prendere in mano una chitarra e vedere di tirare fuori i coglioni, mica 60 note al secondo? Sì che ci siete. E allora smettete di accodarvi ai paraculi e battete mica solo un colpo ogni tanto. L’altra questione è come mai in tutta la Festa dell’Umidità (non mi risolverò mai a chiamarla “Festa del PD”, però è vero: farsi fare da cameriere da un segretario di partito è sempre bello) la programmazione ha previsto solo 2 ingressi a pagamento. Uno per Toots. L’altro, per Fabri Fibra. Concesso, per Fabri Fibra: i gusti eccetera, per quanto mi riguarda se mettevano il biglietto a 50 euro anziché a 25 facevano solo bene. Voglio dire: volete ascoltare quel tizio lì, allora siete amanti della sofferenza, tanto vale…(E non è mica l’unico per il quale si spenderebbero 50 euro di biglietto, eh). Ma per Toots, perché? E perché per gli altri no? Ce lo siamo chiesti un po’ in tanti. Perché è straniero? Perché è negro? C’è il dazio? Non è UE? C’è una logica che spinge solo i gruppi italiani, che non mi risulta costino poi meno? La programmazione è stata fatta in braille, e senza volere hanno segnato pure la scheda sotto col punteruolo? Boh. Misteri della fede, politica e non, in una Festa che mai come quest’anno ha puntato sui ristoranti e che, tra crisi e caldo spettacolare, li sta vedendo disertati. Con giustificato scorno dei sempre valorosissimi volontari.